24/03/09

Il 24 marzo di 24 anni fa

Una data che continuo a ricordare di anno in anno.
Ha segnato il mio destino.

Erano le nove di sera. Stavo rientrando da uno spettacolo di beneficenza che avevo organizzato insieme ad altri artisti - ballerini, musicisti e cantanti - con lo scopo di raccogliere fondi: un bambino di tre anni aveva bisogno di una particolare operazione agli occhi che facevano solo negli Usa e servivano parecchi soldi. Tre settimane di lavoro per una giornata di solidarietà. Ma ne valeva la pena. Lo spettacolo andò molto bene. Il bimbo poteva partire.

L'auto che possedevo all'epoca era una Dyane 6 color panna. Sicurezza zero. Non si usavano cinture, niente air bags. Stavo ferma ad uno stop in attesa di svoltare a sinistra: accanto a me c'era Andrea, il mio fedele amico bassista. Eravamo diretti al ristorante dove avremmo cenato insieme agli altri, quando all'improvviso un'auto che proveniva da dietro a velocità folle ci tamponò. Nessuno stridore di freni. Il botto fu tremendo.

Nemmeno il tempo per dire: Oddio!?
Fu un attimo. L'effetto rimbalzo ci spinse nella corsia opposta, inermi. Il frontale con un'altra auto era inevitabile. Lo sentii arrivare in faccia con tutta la sua prepotenza.

Ricordo ogni istante di quell'incidente. Ancora inebetita e con gli occhi chiusi mormorai: «Andrea! Stai bene?». Allungai la mano nel vuoto... per un attimo temetti il peggio. Poi sentii la sua voce fievole: «Sto bene, sto bene e tu?» Poi di nuovo: «Sei tutta intera? Hai qualcosa di rotto?»
Non capivo perché avesse quel tono stridulo, mi sentivo ovattata e il corpo era pesante, come un macigno.
Andrea insisteva: «Gin, le muovi le gambe? Prova a muoverle dai.» Lui aveva già capito...
Allora aprii gli occhi. Avevo il volante a due centimetri dal naso e la leva del cambio mi stava premendo sulla tempia destra. Ma come cavolo era finita lì? Sentivo voci provenire dall'esterno dell'abitacolo. Qualcuno stava battendo sul vetro: «Signorina! Signorina, mi sente? Mi guardi per favore. Sta bene?»
La sirena dell'ambulanza si stava avvicinando.
Se stavo bene? Mi sembrava d'essere tutta intera ma non ne avevo la certezza. Intorno a me c'erano solo lamiere accartocciate. Poi, all'improvviso guardai in basso nell'oscurità, verso le gambe... sentivo qualcosa in mezzo che mi schiacciava ma non riuscivo a realizzare cosa fosse. Era forse il motore? Era il motore dell'auto? Incredula guardavo quell'oscurità temendo quello che avrei potuto vedere. Oddio. Oddio. Le gambe. Il pensiero delle gambe spappolate mi fece morire la voce in gola. Le gambe. Sentii la mano di Andrea che prendeva la mia e mi tranquillizzava: «Stai calma, adesso ci tirano fuori, non ti preoccupare andrà tutto bene. Hai qualcosa di rotto?» Iniziai a piangere: «Non lo so... Andrea ho paura, non sento le gambe e mi fa tanto male la schiena» mi stava assalendo il panico. Io con le gambe ci lavoravo! Ero una ballerina, ballavo per mestiere. E se avevo qualcosa di rotto? Il solo pensiero mi faceva impazzire. Andai con la mente ad una mia collega che la settimana prima era stata presa sotto da un'auto sulle strisce pedonali. Ricordai - il pensiero in quei momenti è ingovernabile - che ero rimasta impressionata dal fatto che si fratturò entrambe le gambe e che sputò i quattro incisivi superiori. Mi portai la mano alla bocca: era piena di sangue. Una luce abbagliante mi colpì gli occhi e una voce maschile mi disse risoluta: «Adesso vi tiriamo fuori!».

Quando mi caricarono sulla barella mi si avvicinò un uomo: «Sono un medico. Lei è miracolata: ho visto tutta la scena dal marciapiede. Pensavo avesse le gambe tranciate. Si ricordi di accendere un cero alla Madonna!» Quel signore in seguito sarebbe diventato il mio medico di fiducia.
«Mia madre è là» gli risposi con i denti doloranti, ma lui mi guardò senza capire. «La mamma è in pellegrinaggio a Medjugorie...» Lui mi fissò assente. Non importava. Sapevo che qualcuno lassù mi aveva risparmiata. Mi voltai e vidi le lamiere contorte di quella che era stata la mia auto. Ero a pezzi ma ero viva! Ci volle un anno buono di cure mediche per rimettermi in piedi, un altro anno di riabilitazione e dieci anni di causa legale per ottenere il risarcimento danni. Persi ovviamente tutti i lavori che avevo in piedi. Saltarono i contratti con la tv. Qualcuno mi disse che non avrei danzato più. Ma la partita era appena iniziata.

Oggi ricordo quell'incidente come una grande opportunità di "svolta". Non lo capii subito ma da allora misi a frutto altri "doni" di cui ero stata dotata da Chi ci governa lassù e che negli anni a venire mi avrebbero portato tanta serenità.

Ecco, ho voluto condividere con voi questo giorno speciale che ancora al ricordo mi fa scendere le lacrime. Ma non di dispiacere. Di gratitudine.
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