23/12/08

Yo soy salsera - il ritorno

Yo soy salsera
Yo soy salsera - a bordo

Il ritorno a casa fu un sollievo.
Undici mesi di navigazione, girando di porto in porto senza mai rientrare a casa, senza il calore della propria famiglia, erano stati difficili anche se bellissimi dal punto di vista professionale. Un'esperienza straordinaria che rifarei, ma solo per 30 giorni!

L'idea di mettere i piedi sull'asfalto mi esaltava: finalmente camminavo su qualcosa di duro e soprattutto stabile. La città era molto cambiata. Lo ero anch'io, ma la mia voglia di salsa era rimasta tale e quale a quando l'avevo lasciata. La prima domanda che feci agli amici fu: dove si va a ballare? Era l'inizio di dicembre, mese dedicato ai festeggiamenti, l'occasione non sarebbe certo mancata. Fu così che fra baci e abbracci, fra "ben tornata" e "racconta tutto" mi ritrovai a festeggiare il Capodanno al Palmariva una mega discoteca vicino a Portogruaro che offriva una bella sala latino americana. Ero eccitatissima ma anche "spaesata": nell'ambiente del ballo, infatti, se non sei "conosciuta" non balli, fai tappezzeria, perché le donne sono sempre in esubero. L'unica salvezza è fare la carina, quindi sorridere molto e proporsi anche chiedendo un ballo. Mi misi quindi a bordo pista e iniziai a osservare le coppie. C'era tanta gente che non conoscevo, qualcuno che avevo già visto ballare in altri locali ma con cui non c'era frequentazione. Fra i ballerini notai un ragazzo nero con i capelli a spazzola: aveva uno stile eccezionale. Probabilmente era un cubano o un portoricano con il ritmo nel sangue. Ero assorta in questi pensieri quando mi venne incontro una faccia nota. Un amico di mia sorella che conoscevo da bambina. Mi era giunta voce che insegnava salsa... quale miglior occasione per "sgranchire" i miei piedi? Ballammo per quattro o cinque canzoni, volteggiando per la pista in modo elegante: portava molto bene. Ero soddisfatta come il gatto che ha mangiato il topo! Mi stava riaccompagnando al tavolo quando sentii una mano sul braccio, mi voltai e vidi il ragazzo nero. Balli? Che domande! Gli feci un sorriso a trentasei denti per togliere ogni dubbio e in una frazione di secondo mi ritrovai al centro pista avvolta in un complicato intreccio di braccia. Azz. Ero persa. Non riuscivo a stargli dietro. Lui si fermò un attimo e fissandomi negli occhi disse: "pensa solo al passo base, ti porto io." Pensa solo al passo base... come no? E' facile. Tu mi prendi, mi frulli, mi passi sotto le braccia, mi piroetti venti volte alla velocità di un minipimer, mi porti a destra e a sinistra, mi apri, mi chiudi e mi riapri - tutto in trenta secondi - e io penso solo al passobase???? Nell'istante in cui riuscii a tirar fiato gli urlai nelle orecchie: "ma cosa stiamo ballando?" Salsa cubana! Ovvio, che cavolo di domande faccio? Avevo imparato la colombiana - o venezuelana che dir si voglia - pensando fosse l'unica salsa ballabile!? Adesso ballavo cubana! Una figata pazzesca. Mezz'ora dopo avevo bisogno del respiratore: il cuore batteva a mille, grondavo sudore da ogni poro e mi si stava annebbiando la vista. Era diventata una sfida fra me e lui. Accidenti al nero! Io non avrei di certo mollato. Lui? Sembrava stesse portando a passeggio il cane. Ad un certo punto vidi avvicinarsi altre coppie. Si indicavano l'un l'altro gridando e gesticolando mettendosi in cerchio. Li guardavo stupita. Pensavo: questi sono matti, adesso vado a bere qualcosa altrimenti schiatto, ma lui non mollava la presa. Cavolo. Che vuol fare adesso?? Rueda. Ru... cosa? Rueda de casino. No, no, io non conosco quel casino, è già un casino questo, lasciatemi andare a sedere. Ma le proteste furono inutili. Con un fare molto spiccio da hombre mi disse: "è facile, pensa al passo base (te e pareva) e guarda cosa fanno le altre!" Ma che sono nembokid? Guardo, guardo. Guardo che la pista è vuota, ci siamo solo noi e ci fissano tutti. Che vergogna. Voglio andare sotto a un tavolo. Tutto inutile. Rapidamente fui presa dal vortice: tieni il tempo, fai il passo base e guarda cosa fanno le altre. Tempo: mezza frazione di secondo. Sembrava un girotondo di coppie. Un ballerino gridava dei nomi - le figure - e gli altri eseguivano in senso orario o in senso anti-orario, a seconda del comando. Dame. Enchufla para arriva. Setenta. Sombrero. Paseala. La prima. La prima con su hermana. Ero ubriaca di salsa. Mi stavo muovendo come una matta, rischiavo un embolia per mancanza di ossigeno ai polmoni e non vedevo l'ora di uscire da quel "casino". Però era divertente. Molto divertente. Quando la rueda finì fu tutto un battersi le spalle a vicenda, baciarsi e complimentarsi. Il nero mi venne vicino sorridendo: "sei brava bionda, spero di ballare con te un'altra volta." Ansimando gli risposi: "sicuro, se sopravvivo...". Si mise a ridere, mi diede la mano e disse: "sono Luis." Solo in seguito scoprii con chi avevo avuto l'onore di ballare quella sera.

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